Le prove e le inammissibilità nel giudizio di Cassazione
incapacità a testimoniare del terzo trasportato

Riportiamo la sentenza n° 12660 del 2018 della Corte di Cassazione (Rel. Dott. Marco Rossetti) che, a prescindere dall’oggetto della causa (risarcimento del danno ai prossimi congiunti per una vittima della strada), mostra spunti di riflessione sulle inammissibilità nel giudizio di legittimità. In particolare, tra l’altro, viene confermato il principio “…secondo cui non è consentita in sede di legittimità una valutazione delle prove ulteriore e diversa rispetto a quella compiuta dal giudice di merito, a nulla rilevando che quelle prove potessero essere valutate anche in modo differente rispetto a quanto ritenuto dal giudice di merito…”. Ulteriore analisi concerne l’incapacità a testimoniare del terzo trasportato exart. 246 c.p.c., a nulla rilevando che il testimone abbia dichiarato di rinunciare al risarcimento o che il relativo credito sia prescritto; così come la S.C. non può pronunciarsi sulla violazione dell’art. 2700 c.c., atteso che “….stabilire … come sia avvenuto un sinistro stradale; quali veicoli siano rimasti coinvolti in esso; se ad esso abbia fornito un contributo causale un veicolo rimasto ignoto, sono altrettanti accertamenti di fatto, riservati al giudice di merito e non sindacabile in sede di legittimità…”.

Morte del coniuge: sì al cumulo di risarcimento e pensione di reversibilità

Con la sentenza numero 12564 del 2018 la S.C. ha statuito che “…dall’importo liquidato a titolo di risarcimento del danno patrimoniale da morte del familiare non deve essere detratto quanto già percepito dal congiunto a titolo di pensione di reversibilità …”. Tale assunto si basa sia sulla natura non risarcitoria della predetta erogazione previdenziale che sull’inapplicabilità, in ragione della diversità di titolo dell’attribuzione patrimoniale pensionistica rispetto al fatto illecito, della compensatio lucri cum damno.

Già nel  le Sezioni Unite (sentenza 30 giugno 2016, n. 13372), che pur non esaminarono in fondo la questione “della compensatio lucri cum damno”, osservarono incidentalmente quanto segue: “…l’individuazione dei presupposti di applicazione del principio della compensatio lucri cum damno, che è strettamente connesso con il tema della cumulabilità di varie voci di danno ai fini dell’applicabilità del principio del risarcimento del danno effettivo, presuppone pur sempre l’esistenza (e l’entità) di un danno risarcibile; e solo su questo eventualmente sarebbe esercitabile la surroga. Non senza osservare che la riscossione dell’indennizzo da parte del danneggiato eliderebbe in misura corrispondente il suo credito ri-sarcitorio nei confronti del danneggiante, che pertanto si estinguerebbe e non potrebbe essere più preteso, nè azionato”.

La sezione III rimette la questione alle SS.UU., auspicando che il problema interpretativo sia risolto secondo i seguenti principi:

(a) alla vittima di un fatto illecito spetta il risarcimento del danno esistente nel suo patrimonio al momento della liquidazione;

(b) nella stima di questo danno occorre tenere conto dei vantaggi che, prima della liquidazione, siano pervenuti o certamente perverranno alla vittima, a condizione che il vantaggio possa dirsi causato dal fatto illecito ed abbia per risultato diretto o mediato quello di attenuare il pregiudizio causato dall’illecito;

(c) per stabilire se il vantaggio sia stato causato dal fatto illecito deve applicarsi la stessa regola di causalità utilizzata per accertare se il danno sia conseguenza dell’illecito.

Neonato, responsabilità medica, risarcimento del danno, indennità di accompagnamento, compensatio

La sentenza in esame (Cass. civ. n. 12567/18) concerne il caso di un neonato, sano durante la gestazione, vittima di una grave ipossia cerebrale a causa della ritardata esecuzione del parto cesareo, ascrivibile a colpa del medico di turno. Nello specifico viene rimessa alle SS.UU. la questione se dall’ammontare del danno subito da un neonato in fattispecie di colpa medica, e consistente nelle spese da sostenere vita natural durante per l’assistenza personale, debba sottrarsi il valore capitalizzato della indennità di accompagnamento erogata al minore dall’Inps.

In ordine a ciò, un primo orientamento sostiene la cumulabilità dell’indennità di accompagnamento con il risarcimento del danno (Cass., Sez. 3, 27 luglio 2001, n. 10291), mentre un altro – abbracciato dalla sentenza in esame – statuisce che “…nella liquidazione del danno patrimoniale consistente nelle spese che la vittima di lesioni personali deve sostenere per l’assistenza domiciliare, il giudice deve detrarre dal credito risarcitorio il beneficio spettante alla vittima a titolo di indennità di accompagnamento…”. Il non cumulo è ancorato al rilievo che la percezione di detto emolumento incide sulla natura del danno risarcibile, per il semplice fatto che lo elimina in parte, in quanto: “…qualsiasi emolumento previdenziale o indennitario può incidere sulla liquidazione del danno aquiliano, se la sua erogazione è intesa a sollevare la vittima dallo stato di bisogno derivante dall’illecito…”.

Risarcimento danni non si cumula con l’indennità assicurativa

La Cassazione civile, SS.UU., sentenza 22/05/2018 n° 12565 ammette la cumulabilità, in capo all’assicurato che ha riscosso l’indennità dalla propria compagnia, dell’intero ammontare del risarcimento del danno dovuto dal terzo responsabile.  L’idea sottesa alla pronuncia è che, per perfezionare la vicenda successoria della surrogazione e sancire la perdita del diritto al risarcimento in capo all’assicurato, non basti il fatto oggettivo del pagamento dell’indennità, ma debba ricorrere anche il presupposto soggettivo della comunicazione, indirizzata dall’assicuratore al terzo responsabile, di avere pagato e di volersi surrogare al proprio assicurato. La surrogazione opererebbe solo se e nel momento in cui l’assicuratore comunichi al terzo responsabile l’avvenuta solutio e manifesti contestualmente la volontà di surrogarsi nei diritti dell’assicurato verso il medesimo terzo, al fine appunto di rivalersi su questo della somma pagata a quello. Affinchè, da potenziale che era, divenga attuale e operante, il diritto di surrogazione dell’assicuratore richiederebbe questa manifestazione di volontà ad hoc da parte dell’assicuratore, perchè è alla sua iniziativa e disponibilità che la legge rimetterebbe il perfezionamento della successione a titolo derivativo nel diritto di credito. E’ appunto da una tale configurazione (la surrogazione dell’assicuratore intesa, non come effetto automatico del pagamento dell’indennità, ma come facoltà il cui esercizio dipende dall’assicuratore solvens) che discende il corollario per cui, qualora l’assicuratore non si avvalga di tale facoltà, il pagamento dell’indennizzo lascerebbe immutato il diritto dell’assicurato di agire per ottenere l’intero risarcimento del danno nei confronti del terzo responsabile senza che questi possa opporgli in sottrazione – essendo diverso il titolo di responsabilità aquiliana rispetto alla fonte del debito indennitario gravante sull’assicuratore – l’avvenuta riscossione dell’indennità assicurativa.Come emerge dal chiaro tenore testuale della disposizione, il codice condiziona il subingresso al semplice fatto del pagamento dell’indennità per quel danno di cui è responsabile il terzo, senza richiedere, a tal fine, la previa comunicazione da parte dell’assicuratore della sua intenzione di succedere nei diritti dell’assicurato verso il terzo responsabile.Dunque, poichè nel sistema dell’art. 1916 c.c. è con il pagamento dell’indennità assicurativa che i diritti contro il terzo si trasferiscono, ope legis, all’assicuratore, deve escludersi un ritrasferimento o un rimbalzo di tali diritti all’assicurato per il solo fatto che l’assicuratore si astenga dall’esercitarli.- Conclusivamente, a risoluzione del contrasto di giurisprudenza, va enunciato il seguente principio di diritto: “….Il danno da fatto illecito deve essere liquidato sottraendo dall’ammontare del danno risarcibile l’importo dell’indennità assicurativa derivante da assicurazione contro i danni che il danneggiato-assicurato abbia riscosso in conseguenza di quel fatto……”.

Surrogazione dell’INAIL: ammessa per inabilità temporanea e spese mediche

L’Istituto indennizza pregiudizi concreti e reali , ovvero : il lucro cessante da perdita della retribuzione, e il danno emergente rappresentato dalla necessità per la vittima di curarsi; se dunque la vittima dell’illecito, in conseguenza di questo, è stata costretta ad assentarsi dal lavoro ed a curarsi, essa ha acquisito un credito risarcitorio nei confronti del responsabile, credito che, per effetto della percezione dell’indennizzo, da parte dell’Inail, si trasferisce in capo a quest’ultimo ai sensi dell’art. 1916 c.c. . Ne consegue che, per le somme pagate a titolo di inabilità temporanea (D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 68) e di anticipazione di spese di cura (artt. 86 e ss. D.P.R. cit.) l’Inail ha sempre diritto di surrogarsi, perchè la corresponsione di quegli indennizzi non potrebbe avvenire se non in presenza di una assenza dal lavoro e di una necessità di cura, e dunque di fatti che costituiscono danni civilisticamente rilevanti, dei quali la vittima ha diritto di essere risarcita; e va da sè che, ai fini della surrogazione, nulla rileva che la vittima, avendo continuato a ricevere la retribuzione durante l’assenza dal lavoro, non percepisca nemmeno di avere patito un danno, e non ne chieda il risarcimento al responsabile.